Sulla nostra pelle…

Rai, sciopero e presidi in tutta Italia: dirette saltate e palinsesto in  tilt
Associazione RAI BENE COMUNE


Lo sanno tutti che vale la regola che “chi rompe paga” ma la Rai è l’unica a far pagare i cocci a chi non ha rotto nulla.

I lavoratori non solo non hanno rotto nulla ma sono anche coloro che i cocci da troppi anni li tengono insieme e fanno sopravvivere l’Azienda.

Ventotto milioni, è questo il prezzo che qualcuno dei dirigenti Rai ha deciso di far pagare a tutti i lavoratori e lavoratrici per ripianare i bilanci in rosso di cui i dipendenti non hanno alcuna responsabilità.

28 milioni, la metà circa di tutto il passivo di bilancio che i super top manager, uomini da 240 mila euro all’anno, decidono di mettere sulle spalle di lavoratori abituati a sopravvivere con stipendi molto più bassi. Vorremmo vedere la ricerca dei responsabili di questi passivi ma temiamo che nessun dirigente sarà mai chiamato a rispondere del suo operato, nessun taglio di appalti e consulenze sarà operato, come non ci sarà nessun efficientamento e nessuna operazione trasparenza sulla gestione di denaro pubblico, anzi i 28 milioni grattati dalla pelle dei lavoratori serviranno perché tutto continui come prima e più di prima.

Eh si, perché la crisi per chi ha buste paga da 240 mila euro all’anno è solo uno scherzo da riderci sopra in qualche Sushi Bar di Viale Mazzini, soprattutto quando sai che puoi sempre riversarla impunemente sulle spalle degli ultimi.

Tagliare, risparmiare sulle voci che compongono gli stipendi (maggiorazioni, turni, straordinari, rinvio rinnovo del contratto etc etc) significa ridurre la capacità e qualità produttiva e di conseguenza moltiplicare il ricorso ad appalti per produrre con costi proiettati nel prossimo futuro.

Ci chiediamo chi ha contribuito con le proprie scelte e con la propria gestione a portare la Rai sull’orlo del baratro, ben prima della crisi dovuta alla pandemia, i lavoratori?

Il sospetto è che per qualcuno a Viale Mazzini il Covid sia stato il miglior alibi che il destino potesse riservargli, l’unico modo per coprire anni di incapacità manageriale e connivenza politica per finalità privatissime.

Molti dei manager che La circondano usano spesso pompose parole inglesi ma, probabilmente, una non è mai stata utilizzata: il termine “accountability”, ovvero la responsabilità da parte degli amministratori che impiegano risorse finanziarie pubbliche, di rendicontarne l’uso sia sul piano della regolarità dei conti sia su quello dell’efficacia della gestione.

Ci dispiace per quella fetta, non sappiamo quanto ampia ma consistente, di dirigenti che arrivati fin lì attraverso la gavetta, titoli e magari un concorso pubblico si ritrovano a passare le carte per anni succubi di una certa gerontocrazia manageriale che i giornali hanno più volte definito l’eterno “partito RAI”.

Al suo insediamento rilasciò una bella intervista piena di buoni propositi, con lo slogan sempre verde del fuori la politica dalla RAI, come del resto amavano ripetere i suoi dante causa, mentre ora la Sua gestione viene additata dalla stampa come una delle più subalterne ai capricci dei partiti di tutti i tempi.

Un giorno sì e l’altro pure sui giornali e nei siti web leggiamo mille critiche sulla NOSTRA RAI: sulla gestione editoriale, su carriere e nomine poco chiare, in odore di politica; financo nei mesi scorsi giornali nazionali ci hanno definito “raccomandati” e “sanguisughe”, oppure nelle trasmissioni della concorrenza si lascia passare il messaggio che questa azienda sia un carrozzone pieno di fancazzisti e raccomandati.
Come mai i vertici RAI non difendono l’azienda e chi vi lavora dai frequenti volgari attacchi di una certa sedicente concorrenza?

Sono anni che assistiamo ad un “poltronificio” selvaggio, nomine di ogni tipo, promozioni sempre ai livelli alti e dove presumiamo la politica vada all’incasso; chi dovrà tirare la cinghia saranno come al solito quadri impiegati e operai che nonostante la pandemia e mascherine umide in faccia continuano a essere il vero motore dell’azienda.

Siamo curiosi di sapere, gentile AD: lei ogni tanto pone qualche domanda ai Super TOP Manager che la circondano? Oppure si fida ciecamente quando Le dicono che è tutto sotto controllo?

Perché, se crede, qualche domanda la possiamo suggerire volentieri noi:

1. Perché non contribuite pure voi Dirigenti, al risanamento di questa azienda, magari rinunciando simbolicamente a qualche benefit degno (auto iper lusso in leasing e benzina pagata, ad esempio) della “prima repubblica”?

2. Perché molti di voi guadagnano quanto me AD pur avendo un decimo delle mie responsabilità?

3. Perché molti di voi hanno emolumenti da TOP\Full manager anche senza incarichi specifici?

4. Perché non formalizzate più specifiche e motivate richieste di deroga all’utilizzo di collaboratori esterni nelle reti nel rispetto della circolare del luglio 2019?

5. Perché RAI risulta una delle Aziende con la più alta concentrazione di dirigenti in Italia?


E ancora rivolgiamo a Lei direttamente una domanda:

E’ certo che i TOP manager e consiglieri di cui Lei ha deciso di circondarsi (ignorando invece nei fatti noi dipendenti, le associazioni, la società civile e le nostre rappresentanze ad ogni livello) l’abbiano davvero aiutata durante questa difficilissima partita?


Perché sa, alcuni Super TOP Manager che la circondano, noi li conosciamo bene e sono gli stessi che hanno consigliato altri DG non certo rimasti nella storia per i risultati ottenuti e che, ormai da decenni, riescono bene solo nell’obiettivo di convincere tutti i suoi omologhi che l’esoso male di questa azienda siamo noi, mentre loro l’unica risorsa da premiare e ripagare.

Riteniamo non sia sufficiente aver rilanciato RAI PLAY o aver avviato Rai Documentari mentre l’azienda appare ferma e senza prospettive, ci sembra davvero il minimo per trarre un bilancio positivo da questi anni di governance che era partita con ben altre aspettative e auspici.

Il film lo conosciamo bene ed è ai titoli di coda: alcuni di quelli che oggi la incensano, domani saranno i primi a disconoscerla, se non già le stanno sistemando le valigie davanti il cavallo di Viale Mazzini. Gli stessi che oggi le pietiscono un incontro e che, tra 6 mesi, non le risponderanno neanche al telefono. Gentile AD Salini, leggiamo sui giornali che Lei è un grande appassionato di Calcio e noi di Rai Bene Comune lo abbiamo capito fin da subito in quale ruolo ha deciso di giocare fin dalle sue prime partite per la squadra RAI: in difesa. Lei è stato un ottimo difensore dello status quo di questa azienda, delle solite dinamiche politiche e del quotidiano svilimento del servizio pubblico. Ma ci dispiace, siamo delusi: noi tifosi volevamo un attaccante di sfondamento, uno che ribaltasse la squadra pre esistente e che potesse aiutarci a vincere non solo la partita ma il campionato. Ma la RAI, per fortuna, alla fine è un po’ come il Calcio: giocatori come Lei andranno via a fine contratto senza grossi drammi e rimpianti da parte della Curva e chi invece ama la maglia, come noi, rimarrà qui e continuerà ostinatamente a credere nella vittoria finale del Servizio Pubblico.

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