LETTERA APERTA AL NUOVO DIRETTORE DELLE RISORSE UMANE PAOLO GALLETTI

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Egregio Direttore Paolo Galletti,

ben arrivato nella più vecchia (ci permetta di aggiungere in tutti i sensi) Azienda Culturale Radiotelevisiva del Paese.

Dal bilancio 2014 si evince che il personale RAI è pari a 11.634 lavoratori complessivi.
Tra questi 11.634 dipendenti Lei avrà il piacere di trovare veramente di tutto: registi, scenografi, esperti del social media e informatici ma anche giornalisti, autori, redattori, insomma persone con grandi capacità spesso non riconducibili al mansionario in cui sono stati inseriti “per comodità” (o insipienza, diremmo noi) dai suoi predecessori coadiuvati da gran parte di chi la circonda.

L’ultimo contratto che definisce le figure professionali in RAI è del 1990, e lì ovviamente non ci sono che i mille variegati ruoli post ’90 della radio e della TV che si trascinano stancamente fino ad oggi. In più tra questa massa mal “catalogata” di pezzi di carne nessuno si è mai sognato di operare formazione o selezioni interne per scoprirne capacità e verificarne aspirazioni.
E non parliamo di velleità senza corpo, Le parliamo di tanti che vantano curricula assolutamente fuori schema aziendale, molto prestigiosi.

Cosa manca agli 11.600 dipendenti per lavorare bene dunque? Secondo noi mancano tre elementi fondamentali: consapevolezza, responsabilità e partecipazione.

Consapevolezza: di cosa accade in azienda. Qui da noi si parla per circolari (spesso monche, sgrammaticate e ripetute ogni 15 giorni per essere spiegate e rese vagamente operative). Non si discutono strategie e non si conoscono neanche i palinsesti della propria Rete o di cosa accadrà nei venti giorni successivi nello studio di registrazione dove si lavora.

Responsabilità: non si è chiamati a verificare, prima di metterle in atto, le procedure che coinvolgono operativamente il lavoro da svolgere. Le responsabilità dirigenziali ad esempio sono sfumate e poco chiare (non è mai colpa di qualcuno), come i mansionari o le competenze, sono tutte avvolte dalla patina gialla del tempo e dell’approssimazione organizzativa di anni del così fan tutti.

Partecipazione: La chiave di volta di qualsiasi azienda che non faccia sentire i propri dipendenti inutili e solo meri esecutori. Che li renda orgogliosi e quindi produttivamente efficaci e efficienti sul posto di lavoro.
Chieda ad esempio al suo settore, a RUO, cosa sanno da 60 anni sui circa dodici mila dipendenti per conoscerli e coinvolgerli: forse le diranno qualche numero impreciso, magari delle lettere di richiamo, o forse le daranno qualche cifra non aggregata e strutturata di persone più o meno volenterose che hanno “mappato” in modo approssimativo il personale.

Chieda, lo faccia, e magari ci stupisca rispondendoci altro, o dicendoci che ci stiamo sbagliano e che stiamo avendo a che fare con la migliore struttura per il personale esistente in Italia!

Intanto noi le anticipiamo che la situazione è completamente disgregata all’interno del personale aziendale.
La maggior parte delle volte assistiamo a parziali appalti esterni o a interi nuclei di esterni provenienti da altre realtà. Per non parlare dell’immobilità per cui si rischia di rimanere legati alla stessa sedia o reparto (a fare lo stesso lavoro) per tre, cinque, dieci anni senza possibilità di “conoscere” l’azienda e senza essere valorizzati (né professionalmente né nella crescita economica).
Curiosamente questa rigidità non è applicata invece ai cosiddetti “esterni”: non a tutti ovviamente ma a moltissimi di certo.

Cerchiamo di intenderci, nessuno ovviamente è contro pregiudizialmente ad arrivi al di fuori del perimetro Rai o ad innesti che arricchiscano davvero le risorse interne. Dobbiamo però porre la condizione che ci sia un’attenta verifica proprio come prescrive l’ANAC, questo discrimine, se applicato seriamente, ci conforterebbe molto.

Deve sapere che nessuno di noi pensa che tutto debba rimanere immobile o che da fuori non si possano prendere gli elementi migliori, ma sarebbe utile che, prima di fare contratti milionari e a scadenze di tempo bibliche, ci fossero dati trasparenti e comprovate esigenze. Cosa non poi così scontata visti gli eventi e nonostante il povero Cantone.

Siamo convinti che un efficiente Direttore delle Risorse Umane per definizione debba valorizzare il personale e non “tagliare teste” in modo lineare. Siamo tanti ma producendo qualità e prodotti all’altezza del compito che ci è stato dato e sentendoci finalmente parte di un progetto e non più ospiti, allora si avrà la possibilità di tornare ad essere grandi nel panorama dei Servizi Pubblici Europei. Dipendenti coinvolti si trasformano in dipendenti produttivi e collaborativi.
Basta con le penalizzazioni frutto di contratti svilenti, che cedono diritti in cambio di mansioni poco chiare, confuse e umilianti in cui la fine dell’orario è l’unico orizzonte possibile.

La RAI che vorremmo noi implica una rivoluzione nella modello organizzativo e nella gestione delle Risorse Umane, anch’esse considerate finalmente non più ostacolo, ma vera ricchezza e forza del Servizio Pubblico.

Ci aspettiamo ancora grandi cose.

E soprattutto le vogliamo.

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