INDUSTRIA CULTURALE DEL PAESE?

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C’è una definizione di RAI che a qualcuno stona: “Rai= Prima Industria Culturale del Paese”.
Aprite wikipedia a “industria culturale” e trovate il perché della riluttanza contro questa definizione: “ Il termine Industria Culturale – si legge sull’ enciclopedia più popolare del web – è un paradigma socio-culturale introdotto e usato per la prima volta da Max Horkheimer e Theodor W. Adorno, due filosofi appartenenti alla Scuola di Francoforte. Il concetto apparve in Dialettica dell’Illuminismo (1947) per indicare il processo di riduzione della cultura a merce di consumo”
Quindi parlare di RAI come di Prima Industria Culturale, vorrebbe dire parlare di una fabbrica che produce strumenti per il consumo culturale.
Quindi la RAI secondo questa definizione non produce cultura, ma consumo culturale.
Andando ancora un passetto più in là, la radio e la tv pubblica prima di tutte le altre commerciali, avrebbe reso merce la cultura. Cioè avrebbe reso merce, secondo la definizione Treccani, quel“l’insieme delle cognizioni intellettuali che una persona ha acquisito attraverso lo studio e l’esperienza, rielaborandole peraltro con un personale e profondo ripensamento così da convertire le nozioni da semplice erudizione in elemento costitutivo della sua personalità morale, della sua spiritualità e del suo gusto estetico, e, in breve, nella consapevolezza di sé e del proprio mondo”.

Allora la RAI, sempre secondo la definizione iniziale di “Prima Industria Culturale”, con i suoi programmi, o peggio prodotti, contribuirebbe a rendere merce il concetto di mondo, di sé, di morale, di senso civile elaborato faticosamente da ciascuno. Annientandone quindi lo sforzo critico.
E infatti, se ci guardiamo in giro, tanti bei prodotti radiotelevisivi della RAI, ovviamente non tutti, tenderebbero all’ appiattimento, all’ estrema semplificazione, all’ abbassamento per eludere o cancellare in chi guarda ogni spinta critica. Fatti in modo da non aver bisogno di ricorrrere all’ elaborazione e approfondimento successivo. Tutto consumato, semplificato e cancellato, nello stesso momento in cui viene fruito. Telefilm seriali, talk confusionari, intrattenimenti con giochi fortunati (e senza nessuna qualità: né di idee né tantomeno educativa), finti approfondimenti (tipo L’erba dei vicini, occasione persa, con una buona intuizione), talk dove si mescola realtà e propaganda politica. talk dove si mescola alto e basso (rendendo così tutto basso).

“Così l’industria culturale – continua la lettura da Wikipedia – arriva a designare, innanzitutto, una fabbrica del consenso che ha liquidato la funzione critica della cultura, soffocandone la capacità di elevare la protesta contro le condizioni dell’esistente. (…) Allo scopo di ottenere la manipolazione degli individui, l’industria culturale vuole che l’occasione di fruizione debba poter essere ottenuta senza alcuno sforzo da parte del consumatore […]. La maggioranza degli spettacoli televisivi oggi punta alla produzione, o almeno alla riproduzione, di molta mediocrità, di inerzia intellettuale, e di credulità, che sembrano andar bene con i credi dei totalitari, anche se l’esplicito messaggio superficiale degli spettatori può essere anti-totalitario” (ivi, p. 385).

Quanti dei dipendenti RAI, quanti di chi paga il canone pensando di sovvenzionare uno strumento di diffusione culturale e di informazione, sarebbero disposti a sottoscrivere un patto così scellerato?
Qualcuno, tipo noi, non lo vorrebbe.

Quindi la prima cosa da fare è togliere dalle bocche di chiunque ci parli di RAI, questo paradigma che uccide: Prima Industria Culturale del Paese.

 

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