CHE RAI CHE FA…

CHE RAI

Come nelle previsioni del tempo, il futuro della RAI si può prevedere con un anticipo di una settimana al massimo. Non ci sono strumenti né menti lungimiranti in grado di pianificare quello che accadrà nei prossimi mesi.

In attesa delle elezioni che ci regaleranno un assetto politico nuovo o usato garantito, i trasformisti che abitano il palazzo d’amianto di Viale Mazzini si sono ibernati in una comoda bolla spazio temporale senza più fare o decidere niente. Dei piani industriale ed editoriale che dovrebbero essere presentati entro 6 mesi dalla pubblicazione in gazzetta ufficiale non se ne ha ancora traccia.
Ne conseguono l’assenza degli investimenti tecnologici che permetterebbero di affrontare con autorevolezza le sfide produttive, almeno per i prossimi 10 anni (durata del contratto di servizio).

Assistiamo ogni giorno ad eventi che connotano un’azienda in via d’estinzione. Un esempio è la DEAR di Roma passata ai disonori della cronaca per la pioggia battente all’interno degli studi appena ristrutturati.
Venti milioni di euro per un progetto che doveva essere all’avanguardia in Europa ma che per ora si ritrova nel cestino della spazzatura. Il mondo del broadcast corre mentre i lavoratori RAI sembrano sempre più i barboni che cercano gli avanzi dopo la chiusura del mercato delle primizie!

Anche le risorse disponibili per gli investimenti non sono più prevedibili, poiché la quota di canone del canone viene decisa di anno in anno a seconda delle esigenze d’immagine del governo di turno. In un quadro senza certezza di risorse e senza un progetto industriale si umiliano i lavoratori Rai tenendoli senza contratto da quattro anni e proponendo ai sindacati collusi un MEGA ACCORDO per garantirsi la totale flessibilità della forza lavoro a costo zero. Al tempo stesso non si intraprendono percorsi virtuosi per contenere i dilaganti appalti e le esternalizzazioni utilizzando le tante professionalità che sono presenti internamente.

Gli unici che sguazzano in questo pantano e ai quali la vita sembra sorridere sempre sono i direttori di rete e il Direttore Generale che, dietro al solito Sanremo, nascondono malamente un’azienda depressa. Poco lavoro e sempre quello, molti studi non più impegnati a tempo pieno, mancanza di stimoli per le professionalità interne schiacciate da una gestione che guarda fuori con il sorriso e dentro con fastidio. Le tante cause di lavoro denunciano ancora il malessere del personale interno sempre più umiliato nella propria professionalità e mortificato nei diritti.

Che RAI che fa dunque?
E’ di poche ore fa la notizia che lo storico TEATRO delle VITTORIE ha cambiato nome; il DG e la Presidente lo hanno intitolato “TEATRO BALLANDI” in memoria del produttore televisivo morto recentemente.
Nel rispetto dell’uomo scomparso, riteniamo che questa sciagurata e inopportuna scelta manifesti proprio lo spirito di totale mancanza di rispetto per le centinaia di professionalità RAI che negli anni passati hanno dato lustro a questa azienda. Una scelta impropria, senza confrontarsi con i tanti professionisti che in quel teatro ci hanno lasciato sudore e sangue. Un atto che è di fatto l’inchino finale alle produzioni esterne che sono diventate negli anni i veri azionisti di riferimento insieme ai governi di turno. Questa sciagurata scelta la consideriamo un brutale calcio in faccia a chi in una RAI pubblica ancora crede.

Dopo aver trasformato il Teatro delle Vitorie nel TEATRO DELLE SCONFITTE DEL SERVIZIO PUBBLICO, ci auguriamo arrivi presto la fine del loro mandato, nella speranza che nel frattempo non sentano il bisogno di intitolare il centro di Via Teulada a Beppe Caschetto o a Michele Guardì.

Si credono potenti e gli va bene tutto quello che fanno, e tutto gli appartiene… (cit. Franco Battiato)

Speriamo di dimenticarli in fretta.

 

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