Canone inverso…

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Durante un fugace incontro con il Presidente del Consiglio Matteo Renzi chiedemmo chiarimenti circa la sottrazione di risorse da canone RAI, determinate anche dalla decisione, a partire dal 2017, di abbassare il canone da 100 a 90 euro. Ci rispose che i soldi che arriveranno a RAI saranno tanti e che le nostre accuse fossero semplici punti di vista. Vediamo se sono semplici punti di vista o i timori corrispondono a realtà analizzando i documenti e gli atti della Camera:

all’articolo 9 del disegno di legge di bilancio per il triennio 2017/2019 si prevede il taglio della quota di canone che passerà dagli attuali 100 euro a 90.

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L’anno precedente, nelle tabelle di bilancio, il Ministero delle Finanze stabilì  la quota riservata al canone (gettito) pari ad un importo di 1.739 milioni di euro. I dati ufficiali relativi alla raccolta del canone in bolletta ancora non ci sono; il governo dice che sono ottimi mentre un approfondito studio della SLC CGIL ci dimostra il contrario con addirittura tre scenari differenti.

 Aldilà delle posizioni, tutto ciò che arriverà come raccolta oltre la quota di 1.739 mln di euro andrà a determinare l’extra gettito di cui però solo il 66% rimarrà nelle casse RAI, il resto sarà depositato nel famigerato FONDO PER IL PURALISMO.

 

Ecco la tabella che si riferisce alla voce di bilancio del canone RAI per gli anni 2015/2018:

 

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Ecco invece la stessa tabella presente sul disegno di legge di bilancio per il triennio 2017/2019:

 

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 Il governo e il MEF stabiliscono, al contrario di quanto previsto nella tabella dell’anno precedente, di dare come gettito previsionale 1.617 milioni di Euro, pari a circa 122 milioni di euro in meno rispetto all’anno scorso. Il governo ci fornisce dunque meno soldi per svolgere i compiti di servizio pubblico e si giustifica dicendo che è aumentata la platea pagante e di conseguenza prevede di compensare i costi del servizio pubblico con l’eventuale extra gettito di cui però, per l’anno 2017, solo il 50% andrà a RAI  (o alla futura concessionaria), il resto andrà sempre al FONDO PER IL PLURALISMO e dunque alle TV locali.

 

A tal proposito l’esame del centro studi della Settima Commissione Cultura della camera solleva alcune perplessità relative alle decisioni del Governo:

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Il centro studi della Settima Commissione rileva forti criticità e un palese conflitto normativo con la sentenza della Corte Costituzionale num. 284 del 2002 in cui si ribadisce l’esclusiva natura di “imposta di scopo” per i canoni di finanziamento del servizio pubblico. La sentenza ricorda che tutto il ricavato derivato da canone deve essere dato per intero alla concessionaria per svolgere i compiti di servizio pubblico.

 

Si tolgono dunque risorse da canone che la Costituzione assegna alla RAI per darle a delle TV Locali che, allo stato attuale, non devono sottostare a tetti pubblicitari e che non hanno alcun obbligo derivato dal contratto di servizio.

 

Chiediamo al Senato e Parlamento di rivedere le regole di assegnazione del canone per il servizio pubblico multimediale. L’attuale sistema di riscossione denuncia nei suoi ingranaggi una letale dipendenza economica e editoriale dal governo di turno. La RAI deve smettere di essere il palco pagato dai cittadini su cui salire per fare i propri comizi. Deve tornare a essere il luogo dell’informazione, della cultura e del divertimento intelligente. Deve essere culla dell’istruzione e riferimento per le nuove generazioni. Per fare tutto questo occorrono risorse certe ogni anno.

 

L’associazione RAI BENE COMUNE -IndigneRAI- ricorda a Governo, Parlamento e azienda che gli sprechi, gli appalti, le malversazioni non diminuiranno semplicemente riducendo gli introiti da canone. Si riducono solo con serie normative anti corruzione e magari applicando seriamente le direttive ANAC e del Piano Nazionale Anti corruzione. Si riducono con maggiore trasparenza gestionale della RAI, con scelte dettate dal merito e non da logiche partitiche e d’interessi particolari. Ridurre il canone senza aver fatto scelte dettate da una buona e sana gestione del bene pubblico, produrrà come unico risultato il peggioramento di quanto di buono ancora rimane in RAI senza dare spazio a sviluppo tecnologico, investimento professionale e concreti piani industriali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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